Traduttore
Piano Pastorale

Vita della Comunità
331285-800x533.jpg
Accedi



mod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_counter
mod_vvisit_counterToday32
mod_vvisit_counterYesterday0
mod_vvisit_counterThis week32
mod_vvisit_counterLast week0
mod_vvisit_counterThis month32
mod_vvisit_counterLast month0
mod_vvisit_counterAll days500940

San Rocco - Opere custodite

Il maestoso Portone d'ingresso

altDel presente articolo è autore o curatore il dott. Rocco Panuccio, cultore di storia locale ed esperto in beni storico-artistici e culturali. Ogni riproduzione, anche parziale (citazione diretta), è vietata senza espressa autorizzazione ed ogni utilizzo di notizie (citazione indiretta) senza citarne la fonte costituisce condotta sleale e grave disonestà intellettuale. 

Il portone della chiesa è stato realizzato dall’artista scillese Rocco Focà. Questi, nato il 2 novembre del 1849, frequentò per un breve periodo la bottega di incisore del padre, per poi perfezionare le sue conoscenze studiando prima a Messina, poialt a Napoli, quindi a Firenze. Di grande talento, realizzò la culla che accolse il futuro re d’Italia Vittorio Emanuele III, nonché molte opere sparse per i cinque continenti. Di particolare rilevanza un portafoto della famiglia reale Savoia, completamente intagliato in alto rilievo, conservato nel Palazzo Comunale scillese. Il portone della chiesa di san Rocco, realizzato nel 1885, è, senza dubbio, una delle sue opere più importanti. Maestoso, è suddiviso in otto altformelle scolpite, quattro a destra e quattro a sinistra. Tutti e otto i riquadri raffigurano elementi collegati all’iconografia tipica del nostro santo Patrono, come le conchiglie, la croce e le iniziali S – R. Il portone, in legno di castagno, è stato riportato al colore originario - ossia quello del legno – grazie al restauro che ha eliminato le patine altdi pittura sovrapposte l’una all’altra nel corso dei decenni, utilizzando l’oro a foglia per i particolari in rilievo. Nel complesso, si può certamente affermare che, per lo stile, l’imponenza e la finezza della lavorazione, è il portone in legno più bello presente nell’intero comprensorio.

Ultimo aggiornamento ( Sabato 18 Novembre 2017 21:17 )

 

Le quattro Tele Francescane

Del presente articolo è autore o curatore il dott. Rocco Panuccio, cultore di storia locale ed esperto in beni storico-artistici e culturali. Ogni riproduzione, anche parziale (citazione diretta), è vietata senza espressa autorizzazione ed ogni utilizzo di notizie (citazione indiretta) senza citarne la fonte costituisce condotta sleale e grave disonestà intellettuale. 

All’interno della chiesa sono custodite quattro grandi tele appartenute al convento dei Padri Osservanti distrutto dal terremoto del 1908. Due sono collocate ai lati del maestoso portone d’ingresso e le altre alle pareti dell’abside. Essendo state realizzate per un convento francescano, le tematiche sono strettamente connesse all’ordine dei frati minori: due di esse, infatti, raffigurano sant’Antonio da Padova; una san Francesco d’Assisi con la Vergine Maria e Gesù in Gloria ed una san Giorgio (Santo al quale era dedicato il convento) in atto di venerazione alla Vergine Immacolata (titolare dell’unica parrocchia del paese). alt

Le tele, molto grandi, presentano la stessa cornice e si presume siano della stessa mano. In basso a destra del dipinto raffigurante san Giorgio in atto di venerazione a Maria, vi è la dicitura “Ant.us Filocamo / messi.s Pinsit 1727. Quindi si presume che l’autore delle quattro tele sia stato Antonio altFilocamo, pittore messinese del XVIII secolo.

Le due tele poste accanto al portone sono mancanti di pittura nellaalt parte inferiore e raffigurano rispettivamente un miracolo compiuto da sant’Antonio
e san Francesco d’Assisi (la cui figura è quasi completamente scomparsa) in gloria.

Le due collocate nelle pareti absidali ritraggono, rispettivamente, sant’Antonio in atto dialt venerazione di Gesù Bambino
e san Giorgio. La maestosità delle opere e la loro qualità esecutiva rendono l’idea della bellezza che doveva avere il complesso monastico distrutto dal sisma.

Ultimo aggiornamento ( Sabato 18 Novembre 2017 21:17 )

 

Statua marmorea di San Rocco

 
Del presente articolo è autore o curatore il dott. Rocco Panuccio, cultore di storia locale ed esperto in beni storico-artistici e culturali. Ogni riproduzione, anche parziale (citazione diretta), è vietata senza espressa autorizzazione ed ogni utilizzo di notizie (citazione indiretta) senza citarne la fonte costituisce condotta sleale e grave disonestà intellettuale. 
 
alt
 

Tante sono le opere d’arte che ornano le nostre bellissime chiese. Fra queste, senza dubbio, la più prestigiosa è la statua marmorea raffigurante San Rocco che sovrasta il maestoso altare maggiore dell’omonima chiesa. E’ tale in virtù del suo inestimabile valore artistico-culturale ed ovviamente affettivo. Intorno ad Essa ruotano diverse leggende che spesso si intrecciano con la storia reale. L’importanza artistico-culturale deriva innanzitutto dall’epoca a cui altrisale – tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo - in secondo luogo dalla sua città di provenienza - Venezia - ed infine dalla sua pregevole fattura. La statua marmorea di San Rocco fu la prima effige raffigurante il Santo pellegrino che ebbe Scilla. Il periodo a cavallo tra la fine del ’400 e l’inizio del ’500 vide la terra di Calabria - ed in particolar modo il Reggino - devastata dal morbo della peste. Scilla miracolosamente ne uscì indenne (come avvenne del resto anche nei secoli successivi) e i marinai scillesi che intrattenevano rapporti commerciali con Venezia vennero a conoscenza dell’esistenza di un Santo protettore contro la peste i cui resti mortali erano conservati proprio nella città veneta. Riconoscendo allora la particolare protezione esercitata da San Rocco nei confronti della loro città, gli scillesi decisero di introdurre il culto al Santo Pellegrino, elevandolo a patrono della città, in luogo di San Giorgio che lo era stato fino a quel momento e che ancor oggi dà il nome al quartiere principale. Grazie agli intensi rapporti con i veneziani, dovuti appunto all’attività commerciale, gli scillesi chiesero ed ottennero due reliquie del Santo tuttora conservate presso la sua chiesa, e portarono una bellissima scultura marmorea che lo raffigurava, di stile bizantino-veneziano. La statua poggia su un bassorilievo ad ornato ed entrambi sono di marmo pario greco a grana finissima. La statua è ad altezza naturale. Con la mano destra sorregge il bastone, mentre con la sinistra indica la piaga sanguinante. L’interno della tunica è dipinto di un verde intenso così come gli orli, mentre i capelli sono dorati. Alla sua sinistra è scolpito un angioletto che mostra il segno del morbo pestifero (il cane con il pane in bocca sarà rappresentato solo in epoca più recente)  ed indossa una graziosa tunica con gli orli dorati così come dorati sono anche i suoi lunghi capelli. Della presenza di questa statua troviamo traccia tra gli scritti relativi alla prima visita pastorale di mons. Annibale D’Afflitto del 1594 durante la quale, tra le altre cose, visitava la chiesa di San Rocco con relativa confraternita. Scilla inoltre è l’unica città della vasta arcidiocesi Reggina-Bovese a possedere una statua di marmo raffigurante San Rocco, statua che non è presente neanche nei centri rientranti nella competenza di altre diocesi dove è particolarmente sentito il culto al Santo Romeo, come Palmi, Gioiosa Jonica, Acquaro o Cittannova. Attorno al suo arrivo a Scilla ruotano diverse leggende. Secondo una di queste, la statua venne portata insieme con quella sempre marmorea raffigurante l’Immacolata, e dopo aver collocato quest’ultima nel rione superiore (attuale chiesa di San Rocco ) e San Rocco in quello inferiore (attuale chiesa Matrice), li videro l’indomani in posizione invertita. Senza scoraggiarsi spostarono nuovamente le due statue per ben tre volte, ma dopo il terzo giorno, con stupore, capirono che San Rocco voleva rimanere nel quartiere alto, mentre l’Immacolata in piazza Matrice,alt ossia il punto di mezzo del Paese. Un’altra leggenda narra che, mentre trasportavano la statua, arrivati all’altezza dell’attuale tabacchino in piazza San Rocco, cadde il bastone (tutt’oggi il bastone della statua è in legno perché manca quello in marmo) ed in quel punto crebbe un grandissimo albero. Era talmente maestoso e verdeggiante che portava ombra al palazzo alle sue spalle di proprietà della famiglia Cimino la quale - infastidita dall’ombra - decise di tagliarlo. Sempre secondo la leggenda tutti i componenti di questa famiglia caddero in disgrazia e scomparvero da Scilla. Infine, un’altra legenda, che si intreccia però con la storia, è quella secondo la quale inizialmente la statua veniva portata in processione per le vie del paese. Questa tesi è suffragata dall’usura del piede sinistro causata dalle carezze dei fedeli. Sarebbe stato impossibile levigare il marmo se la statua fosse sempre stata collocata sull’altare maggiore…

alt

Ultimo aggiornamento ( Sabato 18 Novembre 2017 21:18 )

 


Chiese Aperte

    

Diocesi

Beni Culturali
Educat

Abstract

Donazioni

Banco Alimenti

Bibbia online

Santo oggi

 

Liturgia Ore

Calendario Lit
Liturgia oggi

Quiz Bibbia
Almanacco CEI

Bibbia Edu