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Porto Salvo - Origini

Del presente articolo è autore o curatore il dott. Rocco Panuccio, cultore di storia locale ed esperto in beni storico-artistici e culturali. Ogni riproduzione, anche parziale (citazione diretta), è vietata senza espressa autorizzazione ed ogni utilizzo di notizie (citazione indiretta) senza citarne la fonte costituisce condotta sleale e grave disonestà intellettuale.

La chiesa di Santa Maria di Portosalvo era posta al centro del quartiere di Chianalea e si ergeva bella e maestosa. Ricca di dipinti e di arredi sacri aveva ben cinque altari dedicati rispettivamente alla Madonna di Portosalvo, Santissimo Crocifisso, Sant’Andrea, Santa Lucia e San Camillo (1). La chiesa possedeva la Confraternita di Santa Maria di Portosalvo che fu fondata nel secolo XVII° e civilmente riconosciuta con Reale Assenso di Ferdinando IV° re di Napoli il I° dicembre 1778. Essa fu istituita fra le persone del ceto dei pescatori, marinai e patroni di barche e feluche della città di Scilla nella chiesa omonima. Il fine primario della Confraternita era la maggior gloria di Dio e l’onore e la devozione verso la Vergine Ss. di Portosalvo e, come fine secondario, il bene spirituale e materiale dei propri confratelli e, nella misura dei fondi disponibili, anche quello materiale ed economico. Ecco elencate le varie funzioni, obblighi e vantaggi degli appartenenti alla Confraternita:
FUNZIONI SACRE - Ogni anno la Confraternita doveva far celebrare le quarantore del Ss. Sacramento, i venerdì di marzo la Messa ed esposizione nell’altare del Crocifisso; nell’ultima domenica di agosto, preceduta dalla novena, la solennità della Vergine Ss. di Portosalvo con vespro, messa cantata e processione; ogni anno l’impegno di far tenere un corso di esercizi spirituali per tutti i confratelli; tutte le domeniche la recita dell’ufficio della Vergine Ss. ed una volta al mese quello dei morti.
VANTAGGI – Tutte le domeniche e feste i confratelli avevano diritto alla predicazione e istruzione catechistica e messa quattro volte la settimana; in caso di morte di un confratello esequie con l’associazione deli confratelli vestiti di cappa e l’obbligo a ciascun confratello della terza parte del rosario, n°20 messe, un rotolo di cera e l’incenso. Se poi la morte del confratello avveniva fuori parrocchia o la famiglia voleva fare essa le esequie, la Confraternita era tenuta a corrispondere alla famiglia una somma di 30 carlini (2). I confratelli poveri avevano diritto ad avere gratuitamente le medicine fino all’importo di 10 carlini. Il supero delle rendite annuali veniva investito in maritaggi di 25 ducati (2) ciascuno. Detti maritaggi venivano estratti a sorte nel giorno della festa di Portosalvo tra 10 figlie di confratelli e consorelle bisognose scelte dal Priore con l’aiuto degli Assistenti e dei Fiscali con la consegna dell’importo il giorno del loro matrimonio.

CONTRIBUTI – Ogni confratello doveva versare per il mantenimento della Confraternita metà “parte”(3) del proprio guadagno. Tutti gli altri che non lavoravano con barche e feluche, 5 carlini ogni anno, le consorelle 3 carlini. Erano esonerati da tale contributo gli inabili al lavoro che avevano corrisposto le annualità per almeno 20 anni.
GOVERNO – Il governo spirituale della Confraternita era presieduto dal Padre Spirituale, scelto dai confratelli a maggioranza fra i sacerdoti confessori. Egli era tenuto a dire messa tutti i giorni festivi e quattro volte la settimana. Il suo appannaggio era di 36 ducati l’anno e la sua carica durava finchè lo riteneva opportuno. Per le cose temporali il governo della Confraternita era presieduto dal Priore e dal I° e II° Assistente, denominati Ufficiali Superiori.
ELEZIONI DEGLI UFFICIALI – La prima domenica di settembre dopo la festa di Portosalvo, tutti i confratelli si riunivano in chiesa. Il Priore e i due Assistenti uscenti sceglievano dodici confratelli fra i più anziani e probi, a cui comunicavano i nomi di coloro che designavano come successori. Se questi non ottenevano l’approvazione della maggioranza dei dodici, ne venivano indicati altri fino ad ottenerne l’approvazione. Un segretario eletto per l’occasione, metteva i loro nomi e cognomi dentro tre vasi. Il Maestro delle cerimonie consegnava a ciascuno dei dodici una fava che veniva posta nel vaso del candidato preferito. Il Priore uscente, dopo la conta, proclamava eletto Priore colui che riceveva più consensi, I° e II° Assistente gli altri in proporzione dei voti. L’elezione veniva sempre preceduta dal canto “Veni Creator Spiritus” , invece per la proclamazione e l’insediamento veniva cantato il “Te Deum”. La domenica successiva, il Priore e gli Assistenti eletti procedevano alla nomina degli ufficiali minori e cioè:
Il Segretario, al quale, spettava l’incarico di tenere l’elenco dei confratelli e delle consorelle, il libro di tutte le deliberazioni ed aveva in consegna tutti gli apparati, i sacri arredi, gli argenti e la biancheria; il Tesoriere, che teneva aggiornato il libro cassa con il divieto assoluto di fare pagamenti senza mandato del Priore e degli Assistenti; il Maestro dei novizi, che era tenuto ad istruire i novizi alle pratiche religiose; il Maestro delle Cerimonie, avevano la mansione di mettere in ordine i confratelli nelle funzioni religiose, nelle congregazioni e nelle processioni; l’Esattore era incaricato della esazione dei tributi, affitti, rendite e “parti” delle barche; il Fiscale doveva vigilare sull’osservanza delle Regole e riferire sugli inconvenienti al Priore; i Razionali o revisori dei conti; gli Infermieri, che avevano l’obbligo di assistere e vegliare i fratelli infermi, visitarli e dare soccorso e far ricevere i sacramenti con devozione e pietà; il Portinaio aveva l’obbligo di assistere alla porta della chiesa affinchè ci fosse l’ordine nell’entrata e nell’uscita e a comunicare al Priore l’assenza dei confratelli alle varie cerimonie religiose; poi due Guide, due Standardieri, due Gonfalonieri e i Portatori del Pallio (4) e della Statua.
AMMISSIONE – Per poter far parte della Confraternita occorreva fare domanda orale al Priore e agli Assistenti, i quali, previe informazioni de “Vita et Moribus” del chiedente, assunte a mezzo del Maestro dei Novizi e di un altro fratello probo, ne proponevano l’ammissione in piena congregazione. Se otteneva la maggioranza dei voti segreti dei confratelli , il chiedente veniva ammesso al noviziato, che durava 4 anni. Trascorso tale periodo il nuovo ammesso veniva vestito da confratello e ai piedi dell’altare della Madonna riceveva la santa comunione. Il Segretario gli leggeva lo statuto e scriveva il nome nell’albo della confraternita.
DISPOSIZIONI VARIE – I confratelli debitori non potevano ricoprire cariche della Confraternita e i precedenti e i precedenti amministratori non potevano essere rieletti se la loro gestione non era stata approvata, così come i loro consanguinei e affini fino al terzo grado di parentela. Venivano espulsi dalla Confraternita i morosi per due anni consecutivi, come pure coloro che bestemmiavano o giocavano a carte in pubblici ritrovi, gli scandalosi che, ammoniti per tre volte, non si redimevano. Inoltre, i confratelli, nelle cerimonie religiose e negli accompagnamenti funebri erano tenuti ad indossare il sacco col cappuccio bianco e la mozzetta (5) celeste. Quelli che non intervenivano ai funerali senza un valido motivo venivano multati di 10 “grana” (6). Il Priore era tenuto, per spese superiori a 10 ducati, ad avere l’approvazione dei due assistenti. La scelta dei negozi da trattare avveniva esclusivamente per maggioranza dell’intera confraternita.
Con l’avvento della motorizzazione delle barche da pesca, avvenuto negli anni sessanta, incominciò il declino della Confraternita poiché le maggiori spese di pesca impedirono il versamento della “parte” alla congrega. La stessa Confraternita non ebbe più ragione di esistere, anche perché nell’ultimo periodo, abbastanza lungo si persero tutti quegli usi che l’avevano fino ad allora accompagnata e caratterizzata.

Note:
(1) Distrutta dal terremoto del 28 dicembre del 1908, fu riedificata a spese della Confraternita con la somma di lire 70.000.
(2) Moneta d’uso corrente.
(3) Giornalmente il pescato veniva diviso in “parti”, per esempio sulla pesca del pescespada andava da 14 e 1/4 a 15 e 1/4 “parti” e di questi 1/2 “parte” era destinata alla Confraternita.
(4) Baldacchino.
(5) Mantellina di raso e seta.

Placido Cardona
(Articolo tratto dal periodico per Scilla “SKILLEA OGGI”, supplemento alla rivista Scilla – N°2, febbraio 1997, Arbitrio Editori)



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