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Carmine - Curiosità

“Cu San Pascali simu tra nui”

In passato nella chiesa del Carmine era forte la devozione verso san Pasquale la cui festa ricorre il 17 maggio. Ogni anno, durante la tradizionale e solenne festa, i contadini invocavano san Pasquale che avevano eletto a loro protettore e portavano in chiesa, di ciascuna specie, le zucche più grosse della loro produzione, per ingraziarsi l’intervento del Santo per la successiva stagione. Era una gara fra i coltivatori sia per la quantità che per la qualità della loro produzione. A questo proposito si racconta che circa ottant’anni fa, un coltivatore, certo Domenico Briganti, produsse una “cucuzza i porcu” di 114 chili che, per essere trasportata in chiesa, dovette avvalersi delle braccia di quattro uomini robusti. Nel giorno della festa di san Pasquale, i contadini presentavano al Santo anche le primizie della terra coltivate con il loro sudore. Il Santo veniva poi portato in processione fino alla periferia del centro abitato dove c’erano soltanto orti, oggi convertiti per la maggior parte in zone residenziali. Alla fine della processione, approfittando della mitezza delle serate di maggio, il popolo esultante di gioia concludeva la festa con giochi semplici e popolari come: la corsa nei sacchi, il gioco del “palorgio” (trottola) e tanti altri svaghi accompagnati dall’allegra musica popolare tratta dai tamburelli e dagli organetti. La musica invitava a ballare la tarantella e anche a cantare canti popolari. Il tutto veniva intervallato da allegri spuntini a base di pane e salame, formaggi e fave fresche, naturalmente innaffiati dal buon vino locale. Un anno, una di queste feste diede origine all’episodio che mi sono proposto di raccontare. Il sacrestano della chiesa, guarda caso, si chiamava Pasquale ed aveva l’abitudine di fare molto onore… al vino locale, per cui quell’anno, alla fine della festa si ritrovò alquanto sbronzo. Nonostante ciò cercò ugualmente di svolgere il suo compito di sacrestano e, sia pure barcollando, cercò di mettere a posto ogni cosa perché alla fine toccava a lui chiudere la porta della chiesa. Il vino in corpo non gli consentiva però un giusto orientamento, anche perché a quei tempi la luce elettrica non c’era ancora e la chiesa era insufficientemente illuminata. Andò a finire che il poveretto inciampò in qualche cosa e, per non cadere, si aggrappò al primo sostegno che si trovò davanti, pensando che si trattasse di qualcuno dei fedeli. Quando invece si rese conto che era proprio la statua di san Pasquale,  già sistemata nel suo luogo consueto, con molta semplicità esclamò: O san Pascali, non t’affindiri chi simi tra nui. Come dire: se non ci aiutiamo tra di noi che siamo di casa

Rocco Picone

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 05 Ottobre 2009 14:44 )

 

Da chiesa di San Luigi a chiesa Della Madonna Del Carmine

Nel XVIII secolo, in fondo alla via San Marcellino (oggi via Umberto I) venne realizzata una chiesa intitolata a san Luigi Gonzaga. Distrutta dal terremoto del 1908, sullo stesso luogo fu collocata una delle due chiese in legno donate da Pio X in occasione del tragico evento. Anche se la costruzione in legno sorgeva in luogo della chiesa distrutta dal sisma, venne intitolata alla Vergine del Carmine non lasciando la titolarità a san Luigi. Nella memoria degli scillesi è rimasto però vivo il ricordo dell’originario Santo titolare tanto che tutt’oggi, in vernacolo scillese, la chiesa viene identificata come “a cresia i Santa Loia”.

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 05 Ottobre 2009 14:44 )

 

L’antica statua della Vergine del Rosario

All’interno della chiesa è custodita un’antica statua lignea della Madonna del Ss. Rosario appartenuta all’omonima chiesa distrutta dal terremoto del 1908. Questa opera ha le caratteristiche iconografiche delle effigi introdotte in Italia meridionale nel XVII secolo dai Padri Domenicani spagnoli. Queste staute avevano tre caretteristiche comuni: 1) abito in stoffa; 2) parrucca di capelli veri; 3) Gesù Bambino in piedi sorretto nel palmo della mano sinistra della Vergine. La nostra statua – che ha sul petto una reliquia con al centro l’iscrizione VELO B. V. M. contornata da reliquie di quattro Santi – ha due delle caratteristiche sopracitate, la seconda e la terza, mentre l’abito, anche se finemente lavorato sul modello di un abito in stoffa, è scolpito nel legno. Può anche darsi che in passato la statua venisse rivestita di abito e mantello in stoffa. Ovviamente è solo un’ipotesi.

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 05 Ottobre 2009 14:45 )

 


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