Come ogni anno, nella ricorrenza della memoria della Beata Vergine di Lourdes, si è celebrata la XIX Giornata Mondiale del Malato. Un momento per riflettere sulla sofferenza e per rendere più sensibile la società verso le persone sofferenti, in modo che non si sentano dimenticati o emarginati.
Giovedì sera si è celebrata una veglia di preghiera per gli ammalati della comunità. Alla veglia erano presenti i familiari di Peppe Santacroce, giovane della comunità che dal 26 dicembre lotta per la vita in un reparto di rianimazione, dopo un grave incidente in moto. Numerosi i ragazzi che hanno accolto l’invito a partecipare alla preghiera per il loro amico. Gli stessi ragazzi che non hanno lasciato soli i familiari di Peppe neanche un momento dal giorno dell’incidente, hanno contribuito ad animare la celebrazione e commossi hanno recitato il Padre Nostro tutti insieme intorno all’altare. La veglia si è conclusa con la consegna delle preghiere per gli ammalati, deposte in un cesto ai piedi dell’altare.
Venerdì è seguita la Solenne Celebrazione Eucaristica e l’Unzione degli Infermi.
Santina De Franco
“Uniti nell’insegnamento degli apostoli, nella comunione, nello spezzare il pane e nella preghiera” è il tema della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio), scelto dai leader cristiani di Gerusalemme, i quali hanno riflettuto sulla vita della Chiesa primitiva e l’atmosfera di pace e unione che regnava in essa. È un richiamo alle origini della prima chiesa in Gerusalemme che ispira al rinnovamento e al ritorno all'essenza della fede; è una chiamata a rivivere il tempo in cui la Chiesa era ancora unita.
In un comunicato del Consiglio Mondiale delle Chiese si legge “un invito al rinnovamento e al ritorno a ciò che nella fede è essenziale, un’esortazione a ricordare il tempo in cui la Chiesa era ancora una”. Le chiese di Gerusalemme sollecitano tutti i cristiani a riscoprire i valori che tennero uniti i primi cristiani di Gerusalemme, quando essi rimasero fedeli all’insegnamento degli apostoli, alla comunione fraterna, allo spezzare il pane insieme e alla preghiera. Anche il Papa Benedetto XVI ha sottolineato all’Angelus che “il serio impegno di conversione” conduce la Chiesa alla piena unità e che “noi cristiani dobbiamo fondare la nostra vita su questi quattro 'cardini': l'ascolto della Parola di Dio trasmessa nella viva tradizione della Chiesa, la comunione fraterna, l'eucaristia e la preghiera''.
Santina De Franco
Ultimo aggiornamento ( Giovedì 27 Gennaio 2011 14:01 )
Una casetta, un segno di amore e di carità in memoria di Mons Andrea Cassone.
La casa della carità di Scilla, per iniziativa del direttore don Mimmo Marturano e di tutti gli operatori, ha deciso di devolvere il ricavato delle offerte, raccolte in occasione della morte del caro vescovo, per compiere un gesto di generosità nei confronti dei poveri del mondo.
Con il dono di 1500 € consegnati al Gruppo India, fondato da Padre Mario Pesce, con cui la comunità scillese collabora da anni con iniziative umanitarie, è stata costruita una casetta destinata ad una famiglia indiana che porterà il nome di mons Andrea Cassone. Il vescovo di Rossano-Cariati, nonchè parroco di Scilla negli anni '70, ha vissuto l'ultimo periodo della sua vita, quello più doloroso, alla casa della carità, dove è stato circondato dalle premurose cure degli operatori e dei suoi ex parrocchiani. Quando è stato arciprete di Scilla, lo stesso mons. Cassone ha dato un grande impulso al rilancio e all'ampliamento della casa. Un operato che non è stato dimenticato, ma anzi al momento della sofferenza la comunità non ha esitato ad esprimergli tutto l'affetto possibile e questo gesto di sensibilità verso chi ha bisogno è un ulteriore segno di questa riconoscenza.
Per questo "regalo", ad esprimere gratitudine alla Casa della Carità non sono stati solo i responsabili del gruppo India, tra cui Suor M. Pia Baldini, ma soprattutto un grande grazie è arrivato via lettera da Biju e Viji e i loro figli Emmanuel ed Elgin e la nonna Clara, la famiglia (Foto)che godrà di questo dono e vedrà così alleviare la condizione di miseria in cui è costretta a vivere.
Giusy Nuri

Ultimo aggiornamento ( Martedì 30 Novembre 2010 22:13 )
“Finalmente siamo arrivati al 21 novembre : oggi c’è la festa del ciao!” ho pensato appena mi sono svegliata. Alle 8.49 ero già pronta e sono uscita di casa per andare a questo meraviglioso evento, ma arrivata nella stradina che porta al salone parrocchiale dove c’era questa festa, mi sono accorta che non si poteva entrare: la persona che aveva le chiavi per aprire il salone aveva dormito un po’ troppo e il salone era ancora chiuso! Tutti noi bambini dell’ A. C. R. quindi siamo andati in chiesa ad aspettare, perché fuori tirava il vento e intanto abbiamo fatto dei canti.
Quando ci hanno chiamati perché il problema era risolto e siamo andati nel salone , molti bambini che l’anno scorso non avevano potuto partecipare alla festa del ciao (compresa me che ero ammalata) si sono stupiti di come gli educatori avevano preparato la sala: le colonne erano state rivestite di carta su cui c’ erano disegnate delle finestre e in cima a queste finestre c’era un cartellone che diceva: “Interno 4 E”, oppure “Palazzo 1E”. Ogni colonna si era trasformata in un palazzo, un palazzo per ogni gruppo. Poi abbiamo cantato e ballato il nuovo inno dell’ACR che si intitola “C’è di più” .
Alle 10.50 siamo andati in chiesa per prepararci alla messa e provare i canti. Alle 11 in punto la messa è iniziata ed è stata fantastica soprattutto quando bambini e grandi sono andati da don Francesco a portare dei doni. Dopo la messa siamo andati a pranzo (avevamo lo zaino con i panini e l’acqua, mentre le patatine e la cocacola erano vietate…) ma non abbiamo mangiato subito: ognuno si è seduto nel proprio palazzo ed ed è arrivato anche don Francesco che è stato un po’ con noi e quando se n’è andato gli abbiamo cantato con tutta la nostra voce “ 1..2…3..4..5…6…ciao!”. Abbiamo mangiato con una fame da lupi e poi ci siamo super divertiti a correre, saltare e ballare per tutto il salone, eravamo liberi!
Verso le tre ognuno è andato nel proprio palazzo e abbiamo fatto dei giochi, come bandierina e un gioco matematico. Così giocando e ridendo si sono fatte le quattro! La festa era finita. Abbiamo fatto una preghiera tutti insieme e i nostri genitori sono venuti a prenderci.
Spero tanto che anche il prossimo anno la rifaremo perché è stato meraviglioso sentirsi liberi di giocare, di cantare e di stare con gli amici. Per me è stata una giornata bellissima e mi sono tanto divertita.
Viva la festa del ciao!
Santina De Marco
(Gruppo 9/11- prima comunione)
Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 24 Novembre 2010 19:50 )

Come fuoco vivo.. non tutto ciò che brucia si consuma.
Ed è proprio l'immagine di un fuoco che arde, il simbolo della giornata diocesana dei giovani di Azione Cattolica, svoltasi nella parrocchia Maria SS del Rosario di Villa San Giovanni, domenica 14 novembre.
I giovani della nostra diocesi hanno avuto un'ulteriore occasione d'incontro e condivisione, a pochi giorni di distanza dalla giornata nazionale dell'Ac, tenutasi a Roma il 30 ottobre. Migliaia di giovani sono stati accolti dal nostro Santo Padre in piazza San Pietro. Un incontro che ha dato l'avvio al nuovo anno associativo, che invita tutti ad un'attenzione più generosa verso i fratelli e l'intera comunità umana, secondo lo stile del coinvolgimento e della partecipazione.
“C'è di più. Diventiamo grandi insieme” è la consapevolezza che tra le mille cose che affollano la nostra vita c'è qualcosa di più importante, che deriva da Dio. I ragazzi e i giovanissimi, accompagnati dagli adulti, devono impegnarsi ad essere il motore del cambiamento e della crescita. In questo cammino ognuno di noi deve tenere sempre per mano Gesù e i fratelli che Dio ci ha messo accanto, verso i quali ci dobbiamo sentire responsabili. L'impegno è quello di conformarci al modello di Cristo, irrobustendo le nostre attitudini, costruendo legami di comunione, allargando i nostri orizzonti in una prospettiva missionaria, coinvolgendo sempre più persone nella bella avventura dell'Ac e della Chiesa.
E nel segno della continuità è la giornata che i giovani della nostra diocesi hanno vissuto a Villa.
Consapevolezza, Gratuità e Sacrificio, le tre parole-chiave dell'incontro guidato dalle parole di don Antonino Pangallo, direttore diocesano della Caritas. Ogni cristiano è chiamato ad accendere la “Luce” dentro se stesso e a farla risplendere nell'altro. I giovani Ac devono essere luminosi in ogni luogo della loro vita, pervadendo con l'amore di Cristo le proprie fragilità e quelle del fratello, ma anche il proprio studio, il lavoro, la comunità sociale e la vita della Chiesa.
Come? Ognuno di noi deve essere una presenza attiva, responsabile e missionaria.
Insomma bisogna “Vivere” e non “vivacchiare”!
Ci vogliono convinzioni profonde e non idee vaghe! Il Signore non vuole capri espiatori ma “agnelli” con Lui. E il dono per amore non è una rinuncia ma fonte di gioia profonda.
Don Nino Pangallo ha presentato quelle che sono le realtà locali in cui i nostri giovani possono offrire il loro prezioso tempo, tra cui le comunità di accoglienza Casa Cassibile e Casa Corigliano, Centro d'Ascolto Caritas. Dopo un momento di confronto e dibattito nei gruppi di studio, attraverso un percorso fatto di 4 tappe, “Dignità”, “Accoglienza” “Condivisione” e “ Ascolto” ognuno di noi ha potuto toccare più da vicino queste realtà e conoscerle più a fondo, maturando la consapevolezza di quanto sia necessario per un buon cristiano accostarsi al fratello che più ha bisogno, anche solo di un sorriso.
Vittoria Nuri
Ultimo aggiornamento ( Sabato 20 Novembre 2010 15:59 )

Laici, religiosi, presbiteri, rappresentanti di associazioni e movimenti laicali si sono ritrovati per scrivere insieme l'"agenda di speranza" dei cattolici nel corso della 46° Settimana Sociale, svoltasi a Reggio Calabria dal 14 al 17 ottobre.
Un’occasione a lungo preparata a livello ecclesiale e un'intensa opera di riflessione che ha coinvolto molti di coloro che si stanno impegnando seriamente per il bene comune del Paese e per trovare le vie concrete per seguirlo.
Sfida educativa, lavoro e impresa, immigrazione, mobilità sociale, riforme istituzionali sono i temi su cui si sono confrontati i cattolici, di diversa provenienza,del Nord e del Sud, giovani e adulti, per l'elaborazione di un documento finale che dia risposte e indicazioni sui grandi quesiti del nostro tempo.
Questo importante evento cattolico ha dato l'occasione di fare esperienza di accoglienza nei confronti dei tanti cattolici provenienti da tutta Italia. In particolare, in alcune chiese sparse nel territorio reggino hanno celebrato la santa messa mattutina vescovi e sacerdoti, giunti a Reggio per partecipare all'intensa settimana.
Una particolare testimonianza di accoglienza ha dato proprio la nostra comunità. Tre vescovi siciliani hanno concelebrato la messa, a cui hanno preso parte i convegnisti, sacerdoti e diaconi, che hanno alloggiato a Scilla.
Ha presieduto le celebrazioni mons. Antonino Staglianò, vescovo della diocesi di Noto e hanno concelebrato mons. Vincenzo Manzella e mons. Calogero Peri, vescovi rispettivamente delle diocesi di Cefalù e Calatagirone.
I presbiteri sono talmente rimasti entusiasti dell'accoglienza riservategli e dell'animazione liturgica, a cura del coro parrocchiale, dei ministranti e del gruppo liturgico, che hanno promesso di ritornare per una visita insieme ai gruppi delle rispettive diocesi.
Ma i tre vescovi e sacerdoti ospiti a Scilla non sono gli unici ad essere rimasti colpiti dal fascino delle nostre chiese e dal clima di alta spiritualità che vi si respira. Una dedica speciale è stata lasciata nel libro delle firme dell'adorazione eucaristica perpetua:
"Ringrazio il Signore di essere giunto in questa chiesa: auguro che l'adorazione eucaristica perpetua sia fonte di consolazione e di speranza per tutti". Carinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano
Parole semplici, scritte a margine della pagina delle firme di giovedi 14 ottobre ma un segno e un monito per la nostra comunità ad apprezzare la ricchezza spirituale che abbiamo e di cui spesso non siamo consapevoli.
Giusy Nuri
L’ottobre missionario è dedicato in modo particolare alla preghiera e al sostegno caritativo di tante famiglie che vivono situazioni di disagio. È importante sottolineare che coloro che soffrono non vivono solo in terre lontane, ma spesso sono vicini a noi.
Il tema di quest’anno è “Spezzare pane per tutti i popoli“. Il cibo è anche un simbolo e il mangiare insieme, per molti popoli, è segno di una condivisione più vasta. Per i cristiani il segno distintivo di appartenenza è proprio l’invito a mensa: un pane che fa memoria della vita donata sulla croce, un pane che si porta all’altare per condividerlo tra fratelli, un pane che si porta con sé per nutrire chi ne è privo, un pane per combattere la fame.
Per tutto il mese la parrocchia di Scilla seguirà un percorso spirituale di contemplazione, vocazione, responsabilità, carità e ringraziamento. La comunità sarà coinvolta in vari appuntamenti, fra cui il Rosario missionario, l’Adorazione Eucaristica e domenica 24 verrà celebrata la Giornata Missionaria Mondiale. Giovedì 28, dopo i Vespri di ringraziamento, seguirà la visione di un DVD sulle missioni. Avranno luogo degli incontri nei vari gruppi e nel salone parrocchiale per sensibilizzare alle missioni, partendo da se stessi e poi lavorando in comunità per alcuni progetti.
“La missionarietà non si esaurirà con il mese di ottobre, quanto prima saranno definiti specifici progetti missionari” afferma Antonio Pirrotta, coordinatore del centro missionario.
Santina De Franco
Ultimo aggiornamento ( Venerdì 08 Ottobre 2010 10:15 )
La 46ª Settimana Sociale si aprirà al Teatro comunale “Francesco Cilea” di Reggio Calabria nel pomeriggio di giovedì 14 ottobre con l’introduzione di mons. Arrigo Miglio, vescovo di Ivrea e presidente del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali, a cui farà seguito la prolusione del presidente della Conferenza episcopale italiana, card. Angelo Bagnasco. La mattinata di venerdì 15 vedrà le relazioni di Vittorio Emanuele Parsi (docente di Relazioni internazionali all’Università cattolica del Sacro Cuore) e Lorenzo Ornaghi (rettore dell’Università cattolica del Sacro Cuore).
Si apriranno poi, al Centro congressi Altafiumara, cinque assemblee tematiche (che proseguiranno il sabato mattina) su “Intraprendere”, “Educare”, “Includere”, “Slegare la mobilità sociale”, “Completare la transizione istituzionale”. 
Sabato pomeriggio, al teatro comunale, la quinta sessione dal titolo “Un Paese solidale. Storie, racconti, esperienze, immagini…”, dove alla relazione di Giuseppe Savagnone (direttore del Centro diocesano per la pastorale della cultura di Palermo) sul recente documento della Chiesa italiana dedicato al Sud faranno seguito riflessioni e testimonianze.
Domenica 17, infine, la giornata si aprirà, alle 7.30, con la messa in cattedrale celebrata da mons. Vittorio Luigi Mondello, vescovo di Reggio Calabria-Bova. Nell’ultima sessione al teatro comunale, presieduta dal segretario del Comitato, Edoardo Patriarca, verranno condivisi i risultati dei lavori condotti nelle assemblee tematiche; da ultimo le conclusioni del presidente e del vicepresidente del Comitato, mons. Arrigo Miglio e Luca Diotallevi.
Ultimo aggiornamento ( Lunedì 11 Ottobre 2010 13:24 )
Da qualche giorno si è conclusa la Festa di San Rocco. La festa è finita , ma è ancora vivo il ricordo di tanti momenti carichi di emozione che l’intera comunità ha avuto modo di vivere affollando le SS.Messe e partecipando numerosi alla tradizionale processione . Senza dubbio alcuno questa festa assume per ogni scillese un significato particolare e personale che si aggiunge a quello collettivo della devozione ad un Santo venuto da lontano . Essa rappresenta un sorta di giro di boa dell’anno solare, passata la festa, si considera ultimato il periodo estivo per avvicinarsi alle sempre più brevi giornate autunnali e poi ai brumosi giorni invernali, in un susseguirsi di colori e sfumature senza pari, grazie ad una natura che, nonostante l’incuria e la prepotenza dell’uomo, sa ancora essere generosa con il nostro popolo.
Della festa appena trascorsa porto con me un momento particolare legato alla processione del sabato, quella che quest’anno ha subito una variazione del percorso per plausibili motivi di sicurezza, regalando oltre che qualche chilometro in più , la novità di un tragitto che rimarrà negli annali della festa. Questo momento , dicevo, l’ho vissuto quando di rientro dalla Marina Grande , trovandomi alla testa della processione, ero in Piazza Matrice, mi girai all’indietro e con un colpo d’occhio vidi l’intera processione snodarsi lungo la via sottostante , una folla variegata formata dagli scouts , e quindi a seguire le torce che avanzavano in maniera scomposta, chi isolata , chi in piccoli gruppi, e tutte le altre poco più avanti alla statua del santo, formavano un piccolo mare di luci, segni visibili di una preghiera esaudita lontana nel tempo e testimoniata dal passo malfermo di chi portava il cero appoggiato sulla spalla contagiata dalla camminata dondolante , e poi i portatori e la statua che sale lentamente a prezzo di uno sforzo umano silenzioso e generoso, anch’essi imprimono alla statua un ritmo caracollante che la rende del tutto simile a quelli che la precedono, e poi il parroco e la folla dei numerosi fedeli, tutti alle prese con uno dei tratti più impegnativi dell’intero percorso, alleviato dal ritmo cadenzato suonato dalla banda musicale. Tutto questo mi rimandava a qualcosa di cui avevo memoria , ma che non riuscivo a definire, come quando si incrocia una persona e non ci si ricorda dove e quando la si è incontrata, ma di questo si è certi senza ombra di dubbio. L’attimo seguente mi rigirai per avere conferma del pensiero che finalmente aveva preso forma , quella moltitudine aveva un nome ed il volto di ciascuno di noi : Chiesa.
Apparentemente senza guida riesce a percorrere le stesse strade degli uomini . Lo fa con uno stile tutto suo a volte solenne a volte dimesso , ed il suo passaggio genera sempre interrogativi sulla sua natura e sulla sua missione : non è come la si vorrebbe , ma è anche lì dove non la si vorrebbe. Lenta e pacata procede quasi immobile lungo i non facili sentieri dell’esistenza umana attardandosi con gli ultimi, accogliendo i lontani grazie al lavoro nascosto di tante anime che spendono la loro vita al servizio dell’umanità. Ha lo stesso volto dei suoi figli, dei quali condivide gioie e dolori, ciascuno di essi immagine unica ed irripetibile di un disegno divino. Essa stessa riflesso terreno della comunione celeste cammina senza indugio e tra mille difficoltà ,verso la meta finale portando con sé tutti i suoi figli .
La statura della santità San Rocco, che ormai fa parte della Chiesa trionfante, cioè di quella porzione di Chiesa che gode della visione beatifica di Dio, ha attraversato i secoli per giungere sino a noi non tanto per essere ricordata , quanto per essere rivissuta attingendo dalla pur scarsa biografia quei tratti che prima di farne un santo , ne fanno un cristiano. Il vissuto personale dei santi rappresenta per ciascuno di noi “ il possibile” , cioè , quello che loro hanno fatto può essere compiuto da ognuno di noi, non tanto replicando il gesto , perché finiremmo per essere come quelli che operano senza la carità descritti da San Paolo nella prima lettera ai Corinzi, ma accogliendo con umiltà il messaggio profondo e semplice del loro operato. L’ episodio biografico di San Rocco che mi ha stimolato una riflessione , è quello relativo alla sua permanenza in carcere per cinque lunghi anni . In silenzio, in condizioni umane spaventose come potevano essere quelle di un carcere di fine ‘300. Non proferisce parola sul suo operato di carità ed accetta quell’ingiustizia che sarebbe cessata se solo avesse citato il nobile casato di appartenenza .
Una lezione di vita che arriva intatta fino ai nostri tempi dove non è raro incontrare personaggi di tutt’altra fama che invece di nascondersi volontariamente sbandierano le proprie malefatte , le quali, invece di essere motivo di vergogna , sono ostentate come status simbol e poste ad esempio per le giovani generazioni. E’ altresì frequente imbattersi in coloro che si identificano con il proprio , anche se lodevole, operato, diventando, secondo loro, essi stessi l’incarnazione di un valore e per questo intoccabili. Spesso alla mediocrità del proprio vissuto corrisponde un’esaltazione delle vicende personali veicolate attraverso il sistema mediatico ormai fuori controllo e che non risparmia niente e nessuno. Il protagonismo sempre e comunque è una mala pianta che cresce in ogni ambiente, frutto anch’essa di una ricerca spasmodica di approvazione che mal si concilia con lo spirito di servizio che una società complessa come la nostra ha bisogno di riscoprire nella sua più autentica generosità , ricordandosi che tutti siamo in ogni circostanza , e ad ogni livello, evangelicamente parlando dei “servi inutili”.
La vita di San Rocco è un compendio di virtù cristiane, per noi scillesi , che da secoli lo veneriamo come santo patrono può e deve diventare il modello principe a cui ispirare tutte le nostre azioni. Quelle di tutti. Per fermare quello stato di degrado nel quale , ormai neanche più tanto nascostamente , ci stiamo avviando.
Giovanni Bellantoni
Un' intervista a don Mimmo Marturano, attuale vicario diocesano nonchè direttore della Casa della Carità e già parrocco di Scilla, in occasione del 20° anniversario della riapertura della Chiesa di San Rocco, per ripercorrere i momenti memorabili di quell'evento così atteso da parte dell'intera comunità.
Il 16 agosto del 1990 veniva inaugurata la Chiesa di San Rocco. Cosa ricorda di quei momenti?
E' stata una giornata molto attesa dalla comunità. Quello che era un atto ordinario di trasferimento della statua di san Rocco dalla Chiesa matrice, dove era stata trasferita per via dei lavori, alla sua Chiesa è stato vissuto dalla gente con grande entusiasmo popolare ed emozioni anche da parte di chi non aveva creduto a questa possibiltà.
Com'è stato il cammino verso la ricostruzione?
All'inizio per me è stata solo una preoccupazione perchè c'era un cantiere in sospeso pericolante, una ditta fallimentare e non si trovava un appiglio per ripartire. Bisognava recuperare la progettazione e riprendere le richieste di finanziamento per danni bellici, un capitolo di spesa che andava in esaurimento. Poi quando abbiamo ricostruito la pratica a finanziamento statale e ripreso la sensibilizzazione, tramite il comitato civico per la ricostruzione della chiesa, per sollecitare le libere offerte mensili per ciascuna famiglia, abbiamo potuto finire i lavori strutturali della chiesa e passare alle rifiniture.
La chiesa che vediamo adesso è come quella antecedente alla distruzione oppure ci sono state delle modifiche?
La chiesa di adesso risulta dal restauro di ciò che era rimasto dai danni bellici subiti. Tale restauro è stato realizzato attraverso le offerte della popolazione sia residente a Scilla che negli Stati Uniti, in Canada e nelle altre nazioni di emigrazione. In particolare il comitato degli scillesi negli Stati Uniti ha offerto tutto il pavimento in marmo intarsiato, mentre il comitato del Canada l'altare. Un' abbondante gara di solidarietà ha sostenuto le restanti spese, mentre abbiamo avuto il finanziamento dell'Assessorato regionale dei Beni Culturali per il restauro e stucchi in gesso. Rispetto a quello che c'era prima è stata aggiunta solo la volta a botte sull'aula della chiesa, che era caduta. Fu ricostruita tenendo conto della volta sia dell'abside sia della tradizione che collegava la chiesa con le chiesette in uso nel quartiere che erano dedicate a San Giorgio, san Sebastiano, San Marcellino e San Luigi. La facciata è tutta ricostruzione nuova, progettata dall'architetto Giannino. In aggiunta al disegno progettuale , sul timpano della facciata è stato collocato un bassorilievo dello scultore locale Mario Benedetto raffigurante San Rocco che guarisce i malati.
Cosa manca per essere definitivamente ultimata?
Mancano altri riquadri della facciata con altre scene della vita del Santo, di cui già si hanno i disegni.
Cosa rappresenta la Chiesa di San Rocco per gli scillesi sia residenti che emigrati?
Per il significato spirituale e per come è stata ricostruita, la chiesa rappresenta l'unità degli scillesi sia come identità culturale sia come capacità di collaborare per realizzare qualcosa per tutti.
Giusy Nuri

Ultimo aggiornamento ( Giovedì 26 Agosto 2010 20:06 )
Si è conclusa domenica 25 per i giovanissimi della diocesi Reggio Calabria – Bova, l’esperienza del campo diocesano a Cucullaro. Una settimana straordinaria per i ragazzi della nostra parrocchia che non dimenticheranno facilmente. Il tema che li ha accompagnati è il “di più”. I ragazzi si sono confrontati in gruppi di studio e tanti giochi, affrontando ogni giorno la tematica con spunti diversi, dalla chiamata, alla sfida, alla fatica, allo stupore. Hanno concluso tentando di capire il “di più” che il campo ha lasciato loro durante tutta la settimana.
Uno dei momenti certamente più stimolanti per i ragazzi è stato la veglia sotto le stelle e l’adorazione Eucaristica all’aperto, al quale, il giorno dopo, è seguito il ritiro. Quasi un’intera giornata in silenzio dedicata alla preghiera e alle confessioni, dove i ragazzi hanno potuto pensare a se stessi e questa esperienza.
Durante la visita dei genitori al campo, questi ultimi sono stati coinvolti nei gruppi di studio per affrontare l’argomento del loro rapporto con i figli. Infine è seguita la Messa.
Un’esperienza che ha entusiasmato i nostri ragazzi e li ha fatti anche un po’ crescere lasciandogli quel “di più” senza il quale erano arrivati al campo.
Santina De Franco
La devozione a San Giovanni è molto antica. Questo lo testimonia una visita pastorale riportata dal canonico Minasi nel libro "Notizie Storiche sulla Città di Scilla". Gli Scillesi hanno avuto verso questo Santo una devozione del tutto particolare come particolare è San Giovanni. Egli è cugino ed anche compare di Gesù, così come recita l’antico rosario in vernacolo che i devoti ancora oggi rivolgono al Santo, ha annunciato la venuta di Cristo, lo ha Battezzato affinchè egli potesse iniziare la sua missione nel mondo "Questi è il mio Figlio prediletto". Oggi la devozione verso questo Santo è legata alla chiesa omonima che si trova a San Giorgio, ma un tempo esisteva una chiesetta a Jaracari ,oggi rudere, e due cappellette dedicate sempre a San Giovanni, detto S.G. u primu, S.G. u menzu. Oggi la chiesa di San Giovanni in San Giorgio versa in condizioni disastrose, l'incuria di quest’edificio sacro ha fatto sì che in pochi anni la struttura subisca ingenti danni, che rendono inagibile la stessa.. Comunque le cappellette e la chiesetta di Jaracari, pur versando in condizioni molto precarie, (tranne la cappelletta di jaracari restaurata nel 1988 dai devoti di Scilla), non sono state mai dimenticate e ad esse sono legate molte tradizioni.
(cappella di San Giovanni a Ieracari)
Una mia parente proprietaria del terreno vicino alla chiesetta mi raccontava che un tempo, forse verso la fine del Settecento, un ragazzo mentre pascolava le pecore incontrò un uomo vestito di pelli (questo lo ricorda un dipinto conservato nella chiesa in San Giorgio dove si nota come sfondo l'ambiente proprio dove sorge la chiesetta a Jaracari, mentre la pala d'altare della già citata chiesetta oggi è conservata nella chiesa di San Rocco), il ragazzo forse incuriosito chiese chi fosse, lui rispose che era San Giovanni. Lo stesso Santo, disse al ragazzo di raccontare quest'apparizione, affinchè la gente potesse andare a pregare (Come ricordavo in questi luoghi vi erano dei romitori basiliani dedicati a San Giovanni). La Voce si sparse in tutto il paese ed anche nei paesi vicini ed in Sicilia, molte persone giunsero in quei luoghi, e ricevettero molte grazie.
(via di San Giovanni)
Ancora oggi Il 24 mattina prima che sorga il sole, molte persone s’inerpicano a piedi nell'antica via di San Giovanni, per incontrarlo, figli degli antichi devoti che all'appello del Santo hanno risposto con Fiducia e Devozione. A lui raccontano le amarezze e le gioie della vita, le attese e le delusioni, chiedono una Bona Nuova, La Buona Novella che due Millenni fà annunciava la venuta di Cristo.
(Dipinto di San Giovanni - chiesa di San Rocco)
Quest’anno la Natività del precursore si è arricchita da quattro giorni di festa, Nel giorno dedicato alla natività del Santo la comunità tutta si è riunita nella piazzetta antistante la chiesa di San Giovanni per la Santa Messa, al termine la statua è stata traslata nella chiesa di San Rocco dove rimarrà fino a domenica 27 giugno per poi far ritorno nell’omonima chiesa, una nuova iniziativa che è stata accolta con entusiasmo e devozione da parte di tutta la comunità. Considerata l'inagibilità della chiesetta di San Giovanni, San Rocco, Santo della Carità, ha ospitato un suo fratello "senza dimora".
Costantino Alfonzetti

Ultimo aggiornamento ( Martedì 29 Giugno 2010 18:45 )
La Festa dedicata al Corpo e Sangue del Signore è la Solennità più importanti della Chiesa. La solennità del Corpus Domini, festa istituita nel 1264 per volere del Papa del tempo dopo il Miracolo Eucaristico di Bolsena. In questa Festa si contempla il miracolo che avviene durante la Santa Messa: la transustanziazione o, per meglio dire, la trasformazione del pane e del vino che - per intervento dello Spirito Santo - diventano Corpo e Sangue di Cristo. Questo avviene da quando Gesù il giovedì dell'ultima cena - sapendo che da lì a poco avrebbe lasciato per sempre i suoi, salendo sulla Croce per noi - volle rimanere per sempre tra noi celato nell'Eucaristia, Vivo e Vero.

A Scilla la Festa del Corpus Domini è stata sempre curata ed attesa. Un tempo tutte le strade venivano addobbate da fiori e dalle coperte più belle, creando un continuo di colori da un capo all'altro del paese, realizzando innumerevoli altarini dedicati per lo più al Sacro Cuore di Gesù. A Chianalea, tutte le imbarcazioni dedite alla pesca si disponevano nei vicoli che scendono a mare, tutt e addobbate con fiori e ghirlande, e aspettavano il passare del Signore.. Un tempo - quando la processione procedeva verso il ritorno in chiesa ed il sole declinava al tramonto - le donne che tessevano la seta illuminavano le strade con le conocchie (piccoli mazzi di gelso) che avevano preparato per l'occasione.
O ggi l'an tic a devozione è viva, le coperte colorano le strade, molte persone abbelliscono i b alconi come una volta e gli altarini so no sempre motivo di ammirazione da parte dei passanti per la cura, bellezza e attenzione che intere famiglie o vicinati dedicano alla preparazione del Trono di NS. Signore.
Quest’anno la processione ha interessato il rione San Giorgio. E' iniziata dalla chiesa di San Rocco dopo un’intensa e solenne liturgia che ci ha preparato per la processione insieme ai ragazzi che al mattino hanno ricevuto per la prima volta la Santa Comunione. Verso le ore 19 si è mossa la processione preceduta dalla croce seguita dai ragazzi di prima comunione, dall’antico baldacchino, attorniato dalle antiche lanterne portati da numerosi fedeli e gruppi parrocchial i, dalla banda di Scilla e dal popolo.
La processione si è sno data attraverso le vie del rione San Giorgio abbellite con coperte e fiori come non mai, e da numerosi altarini curati in ogni dettaglio, che hanno espresso la grande devozione che gli scillesi hanno verso il SS Sacramento. Intense sono state le fermate all’ospedale ed alla casa della Carità, ma anche le nuove fermate alla Casa Protetta Padre Catanoso ed alla chiesa di San Giovanni.
Costantino Alfonzetti
Ultimo aggiornamento ( Domenica 01 Agosto 2010 22:00 )
 
«Quale gioia quando mi dissero: “andremo alla casa del Signore”» (Salmo 122)
Carissimi fratelli e sorelle, è Pasqua! È la Pasqua del Signore: è liturgicamente il tempo di Pasqua. È la Pasqua che ogni Liturgia Eucaristica attualizza e rende efficace. È la Pasqua di Monsignor Andrea Cassone, amato Padre e Pastore di questa Diocesi, che oggi, proprio nel tempo di Pasqua, tutti insieme accompagniamo alla Casa del Signore.
Saluto e ringrazio anzitutto con fraterno affetto gli arcivescovi e i vescovi della Calabria, stretti accanto ad un confratello che è stato presenza mite e pacifica, attenta alla realtà e alle persone, e che ha conservato con loro, fino alla fine, la comunione fraterna di preghiera e l’interesse alle vicende della nostra Chiesa calabrese. Saluto i sacerdoti concelebranti, i religiosi e le persone consacrate; in particolare, consentitemi di salutare commosso tutti i presbiteri della nostra Diocesi di Rossano-Cariati che oggi vivono un momento di profonda sofferenza ma anche di gratitudine, a motivo del posto importante che sapevano di avere nel cuore di colui che è stato per anni loro padre. «Ricordo – e ricorderò sempre con immutato affetto – i sacerdoti rossanesi», scrive con forza nel testamento spirituale il vescovo Andrea e «a loro raccomando di vivere gioiosamente il sacerdozio, sempre in comunione con l’arcivescovo e fra di loro. Carissimi sacerdoti – aggiunge -, siate santi; la nostra gente ha bisogno di preti santi. Non dimenticate mai che un prete santo resta sempre il migliore educatore del suo popolo». Saluto con gratitudine le autorità civili e militari presenti: i sindaci dei vari paesi della diocesi e tutte le altre autorità che, con la loro vicinanza, esprimono la comunione della comunità civile con la comunità ecclesiale, ma assieme portano la gratitudine e l’affetto all’uomo che con tutti sapeva comunicare e intessere relazioni improntate alla semplicità, all’accoglienza, alla pazienza. Saluto e ringrazio la famiglia di monsignor Cassone: la sorella, i nipoti, i pronipoti, i parenti tutti, che avvertono il grande dolore del distacco, ma sperimentano la pace di essere stati capaci di non far mancare a lui un affetto concreto, grato, profondo; di averlo saputo sostenere nella malattia e nel bisogno, rispettando con delicatezza il suo essere del Signore. Saluto infine tutti i presenti provenienti da vari luoghi: dalla diocesi di Reggio con il suo vescovo Mons. Vittorio Mondello, alla quale sento doveroso rivolgere un sentito grazie perché ha accompagnato gli ultimi tempi della vita terrena di monsignor Cassone che, alla fine, si è consumata e spenta nella casa della Carità di Scilla, il cui personale lo ha seguito con cura e delicatezza; ma soprattutto da questa diocesi di Rossano-Cariati. Saluto e abbraccio tutti voi, carissimi fratelli e figli, che siete qui oggi a ricambiare l’affetto e la dedizione di un pastore che ha saputo dare la sua vita per le sue pecore: nel suo testamento spirituale, il primo pensiero è per questa Chiesa: «ricordo – e ricorderò sempre – l’amatissima arcidiocesi di Rossano per la quale sono stato consacrato». Egli è stato vescovo solo di questa Chiesa e per essa ha riservato le sue attenzioni, ha consacrato la sua preghiera, ha coltivato i suoi ricordi, quelli più teneri come quelli più drammatici. Per essa, come uno sposo fedele, ha saputo donare la vita fino alla fine, in silenzio ma con autentica oblazione: come dimenticare quanto io stesso ho raccolto dalla confidenza del suo cuore negli ultimi tempi, quando mi disse che offriva tutte le sue sofferenze per la Visita Pastorale che da poco qui abbiamo iniziato? E come non credere che il Signore abbia voluto gradire la sua offerta, accogliendolo nella sua Casa proprio nell’Anno Sacerdotale che per la nostra diocesi è anche l’Anno della Chiesa?
«Quale gioia quando mi dissero: “andremo alla casa del Signore”». Il Salmo responsoriale, che è anche il Salmo riportato da monsignor Cassone nel suo testamento spirituale, ci provoca a chiedere a Dio di illuminare le profonde ragioni di quella gioia che respiriamo in questa Eucaristia e che, in un certo senso, ci consente di interpretare la vita e la morte. È la gioia della Pasqua! Sì, è Pasqua per la Chiesa, per la Chiesa calabrese, per la Chiesa di Rossano che, dalla vita e dalla morte di monsignor Cassone, sa di essere chiamata a ricevere la linfa di quella nuova vita che solo il Risorto può donare. «Non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate… Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21, 4-5). Sentiamo rivolte a noi, in questa Celebrazione, le parole dell’Apocalisse che non solo ci consegnano la consolazione di un Dio di amore e misericordia, il quale tergerà ogni lacrima (Ap 21,4) dagli occhi di ogni creatura umana, ma che anche ci affidano il messaggio di quella gioiosa novità che la Pasqua porta: è la morte, offerta, che fa nuova la vita! Cristo compie questo miracolo con la sua croce; ma anche chi, come buon pastore, è chiamato a conformarsi a Cristo, partecipa di questo miracolo. La morte di un vescovo, come la sua vita, ha qualcosa di particolare; ed è qualcosa che proviene proprio dal fatto che questa vita – e dunque questa morte – non gli appartiene, ma appartiene a Cristo e, in Lui, appartiene alla Chiesa che egli ama come sua sposa: nella visione di Giovanni c’è la nuova Gerusalemme, pronta come «una sposa per il suo sposo» (Ap 21,2); e la nuova Gerusalemme, non lo dimentichiamo, è icona della Chiesa. Sì! Come il Signore sa di poter disporre della vita di un pastore per la vita del suo gregge, della vita di un vescovo per la vita della sua Chiesa, così sa di poter disporre della sua morte! Ma è bello che la visione dell’Apocalisse parli anche di «un nuovo cielo e di una nuova terra» (Ap 21,1): è tutta la creazione che è rinnovata. E non si tratta qui, come commenta von Balthasar, di una «seconda creazione» ma della «trasformazione operata da Dio della sua sola ed unica creazione» la quale «preme interiormente verso il compimento»[1]. È uno sguardo universale, è uno sguardo sull’infinito quello che la Parola di Dio ci offre e quello che l’evento di questa morte oggi ci richiama: è lo sguardo sulla vita eterna. «Chi crede nel Figlio ha la vita eterna» (Gv 3,36), ci ha ricordato Giovanni nel Vangelo: e queste sue parole, come quelle dell’Apocalisse, non si riferiscono esclusivamente al compimento futuro, ma ad una pienezza che già ora siamo chiamati a vivere e a costruire. Del resto, dice ancora von Balthasar, «nell’eterno ogni avvio è sempre “adesso”»; e «come risurrezione significa un’immensa svolta, dal vuoto alla pienezza, unica e adesso: così la vita eterna»[2]. Ecco, allora, tutta la misteriosa fecondità che siamo chiamati a contemplare e a credere in questo momento. Ecco la peculiare gioia che siamo chiamati a celebrare oggi con l’amatissimo vescovo Andrea che ha seminato pienezza di vita nella sua esistenza e nel suo ministero, nella sua sofferenza e nel suo ultimo respiro. La sua morte è vita eterna, “compimento” di una vita totalmente offerta per la Chiesa tutta, ancor più per la sua amata Chiesa di Rossano; e oggi la sua Chiesa lo accoglie e lo vuole custodire in questa Cattedrale. Contrariamente a quanto aveva inizialmente dichiarato nel testamento spirituale, celebrando qualche giorno fa l’Eucaristia con me e don Pino, suo amatissimo segretario e suo sostegno affettuoso per tanti anni, egli, su mia esplicita richiesta, ha manifestato il desiderio di essere sepolto qui. Ho voluto fortemente incoraggiarlo in questo, ritenendo che fosse un altro forte segno del suo grande amore per questa Chiesa sposa e che fosse un grande dono, per questa Chiesa, accoglierlo tra le sue braccia e dare a lui una sepoltura degna di un pastore. Il luogo che abbiamo provvisoriamente preparato sarà ulteriormente abbellito e il vescovo Andrea rimarrà così più vicino ai suoi fedeli, esposto alla loro venerazione e alla loro preghiera; anche questo è per noi motivo di gioia.
«Quale gioia quando mi dissero: “andremo alla casa del Signore”». La gioia è davvero stata testimoniata dalla vita di Monsignor Cassone. È una gioia che mi piace ricordare stampata sul suo volto sorridente e accogliente: un ricordo vivo già dagli anni in cui, giovane seminarista e sacerdote, io per primo lo consideravo un punto di riferimento e amavo cercare la compagnia di don Andrea e ascoltare il suo consiglio, sentendomi avvolto da un affetto paterno che sapeva silenziosamente e amorevolmente seguire il mio cammino umano e vocazionale. È la gioia umile e fiduciosa che gli ha permesso di affrontare, già da presbitero della diocesi di Reggio, importanti responsabilità: i suoi incarichi nel tribunale ecclesiastico, inizialmente come attuario e infine come presidente; il suo ministero di parroco e di vicario generale. È una gioia maturata in una fede ferma e sapiente negli anni in cui, da pastore di questa diocesi, ha affrontato i compiti belli e impegnativi e le difficoltà talora gravose, sforzandosi di risolvere i problemi – come egli stesso serenamente diceva – «ad uno ad uno»: cercando il dialogo, quando esso serviva per sciogliere le situazioni contorte, e preferendo il silenzio, quando la parola poteva diventare conflitto. È la gioia che, sempre più, è cresciuta nella consapevolezza che il cammino della vita va verso l’incontro con il Signore: quella gioia cristiana che assume le sfumature più impensate e che richiede continuamente al nostro cuore la grazia di accogliere la volontà di Dio e preparasi a farlo.
«Quale gioia quando mi dissero: “andremo alla casa del Signore”. Chiedo al Signore che mi metta accanto qualche persona che mi annunci che la mia ora è arrivata perché possa dispormi meglio all’incontro col Padre», leggiamo nel testamento spirituale del vescovo Andrea; ed è una richiesta, questa, che segue ad un’altra: «Dinanzi ad una morte improvvisa spesso si dice: meglio così, non ha sofferto. Ma io, anche quando ero giovane, ho chiesto al Signore di essere liberato “a subitanea et improvvisa morte”. Questa preghiera – egli scrive – continuerò ripeterla». Forse ci è più facile, alla luce di queste parole, cogliere il senso profondo della gioia anche nella sofferenza fisica che lo ha accompagnato e consumato negli ultimi tempi; si tratta di un qualcosa che, in un certo senso, egli aveva chiesto al Signore e che il Signore ha voluto esaudire. «Nel contesto dell’ultima cena Gesù aveva detto: “Dove vado io voi non potete venire”. Disse Pietro: “Signore, dove vai?”. Gli rispose Gesù: “Dove io vado per ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi” (Gv 13, 33.36)». Rifletteva così l’allora cardinal Ratzinger durante l’omelia della Messa per le esequie di Giovanni Paolo II e specificava: «Gesù dalla cena va alla croce, va alla risurrezione – entra nel mistero pasquale; Pietro ancora non lo può seguire. […]. Ma poi sempre più è entrato nella comunione delle sofferenze di Cristo. […]. E proprio in questa comunione col Signore sofferente ha instancabilmente e con rinnovata intensità annunciato il Vangelo, il mistero dell’amore che va fino alla fine (cf Gv 13, 1)»[3]. Chi, come apostolo, dona la propria vita a Cristo sa quanto la sofferenza, vissuta unitamente alla Sua, sia gioia feconda di comunione con Lui e di evangelizzazione del popolo. Chi dona la propria vita a Cristo ha sete, con Lui e come Lui, di un amore che desidera crescere e arrivare «fino alla fine»; a questa sete, il Signore risponde, donando «gratuitamente acqua della fonte della vita» (Ap 21,6). Gratuitamente: ecco come il Signore dona, ecco come il Signore si dona. Ecco come si dona colui che il Signore ha consacrato suo pastore. Gratuitamente: nella gioia di chi non attende nulla in cambio e non pone condizioni a Dio. È questa gratuità che trasforma in fonte zampillante di vita tutto quanto la misericordiosa iniziativa divina rende possibile nella nostra esistenza. «Signore, come ti vedrò in quel giorno che tu solo conosci? Come sarò felice in te? Poco importa saperlo ora. A me basta la certezza che in quel giorno troveranno compimento tutti i miei desideri»: le parole conclusive del testamento spirituale del vescovo Andrea riflettono il profondo senso di gratuità al quale il suo donarsi incondizionato era arrivato. Una gratuità che è la beatitudine di «coloro che, pur non avendo visto, crederanno» (Gv 20,29). Una gratuità che è la libertà intima e inesprimibile di chi ha compreso che è Lui, il Signore, che guida la storia umana, la vita e la morte. «Io sono l’Alfa e l’Omèga, il Principio e la Fine» (Ap 21,6). Il Libro dell’Apocalisse è intessuto della dolce sicurezza del grande rivelarsi e donarsi di Dio all’uomo: Lui, il Signore, è davvero il principio e il compimento, la spiegazione della nostra origine e la meta a cui tendono le attese. È Lui che il nostro padre e fratello Andrea ha trovato al termine di questo viaggio terreno. È il Suo il Volto che egli iniziava già a contemplare nelle sofferenze dell’agonia, proprio mentre noi, Chiesa da lui servita ed amata, contemplavamo i segni del Volto e delle sofferenze del Crocifisso impresse sulla Sindone che stavamo venerando. «Amen. Vieni, Signore Gesù» (Ap 22,20): possiamo immaginare che questo grido, con il quale si conclude il Libro dell’Apocalisse e tutta la Bibbia, abbia chiuso l’esistenza terrena di Monsignor Cassone. Lui, il Cristo, viene, «viene dall’alto» (Gv 3,31), ci ha ricordato il Vangelo di oggi. Ed è per questo che – come medita Adrienne von Speyr – «nel linguaggio dello Spirito vita e morte hanno un significato inverso a quello che hanno nel linguaggio della carne. In quest’ultimo tutto incalza verso la morte, mentre nello Spirito tutto tende alla vita, perché Colui che è disceso è venuto per tutto elevare in alto»[4].
«Quale gioia quando mi dissero: “andremo alla casa del Signore”». Carissimi fratelli e sorelle, è questa pienezza di vita la gioia che il vescovo Andrea ora gusta. Il Salmo 122, in modo originale, mette assieme due verbi: un passato, «mi dissero»; un futuro, «andremo». Questo significa che la gioia di oggi è stata per lui attesa e preparata da una vita che ha creduto alla gioia del Signore e ha saputo andarle incontro nella fede, nella preghiera incessante, nella progressiva conformazione a Cristo: «Ora vivo nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il Signore nostro Gesù Cristo», scriveva ancora nel suo testamento spirituale. Ma questo significa anche che oggi, “elevato in alto”, lui ricorda la gioia vissuta nella sua vita, ne capisce il senso e il valore e vuole certamente trasmettercela. È il messaggio che credo questa Eucaristia, e tutta l’esistenza di monsignor Cassone, ci lasci: ed è la preghiera che, sono certo, egli in modo più intimo e intenso eleva ora al Signore per tutti noi, in particolare per questa sua amata Chiesa di Rossano, cantando ormai in cielo il Salmo che ha accompagnato il suo cammino di fatica e di amore sulla terra:
«Quale gioia, quando mi dissero:“Andremo alla casa del Signore”.E ora i nostri piedi si fermanoalle tue porte, Gerusalemme!Per i miei fratelli e i miei amiciio dirò: “Su di te sia pace!”.Per la casa del Signore nostro Dio,chiederò per te il bene». Sì, chiedi per noi questo bene, carissimo padre e fratello Andrea: Dio, il Bene unico che tu hai saputo cercare e che oggi hai trovato, in pienezza di Vita, nella gioia senza fine. E così sia! + Santo Marcianò ______________________ [1] Hans Urs von Balthasar, Il Credo. Meditazioni sul Credo Apostolico. Jaca Book, Milano 1990, p. 71 [2] Ibidem, n. 74 [3] Joseph Ratzinger, Omelia nella Messa esequiale per il defunto Romano Pontefice Giovanni Paolo II. Roma, 8 aprile 2005 [4] Adrienne von Speyr, Il Verbo si fa carne. San Giovanni, Esposizione contemplativa del suo Vangelo. Volume primo. Jaca Book, Milano 1982, p. 207
Ultimo aggiornamento ( Sabato 17 Aprile 2010 06:37 )
 Ieri alle 18,45 nella "Casa della Carità" di Scilla, accompagnato da presbiteri e laici, è passato da questo mondo al Padre S.E. Rev.ma Mons. ANDREA CASSONE, Arcivescovo Emerito di Rossano-Cariati.
Nato a Cannitello di Villa San Giovanni, arcidiocesi di Reggio Calabria - Bova, il 29 aprile 1929; ordinato presbitero il 22 dicembre 1951; eletto alla sede arcivescovile di Rossano - Cariati il 26 marzo 1992; ordinato vescovo il 9 maggio 1992; divenuto emerito il 22 luglio 2006; tornato al Padre il 12 aprile 2010.
Oggi alle 16,30 nella Chiesa Matrice di Scilla presiederà la Liturgia Eucaristica l'Arcivescovo di Reggio Calabria-Bova. Domani le spoghie mortali di Mons. Andrea Cassone saranno traslate nella Cattedrale di Rossano dove saranno celebrate le solenni Esequie giovedì alle ore 17.
La sua vita umile e la sua grande fede, ma soprattutto la sua dolce paternità, non potranno mai essere dimenticate.
Signore Gesù, che nel tempo della sua dimora tra noi, hai affidato la tua parola e i tuoi sacramenti al nostro fratello Andrea Vescovo, donagli di esultare per sempre nella liturgia del cielo. Per Cristo nostro Signore. Amen.
Ultimo aggiornamento ( Venerdì 16 Aprile 2010 06:14 )
Quando don Francesco mi affidò il mandato di seguire il corso di preparazione alla cresima lo accolsi come risposta ad una chiamata, comunicare il Gesù che incontro quotidianamente nella gioia, nel dolore, nella solitudine… amandolo, accogliendolo e condividendolo con chiunque. Un corso di preparazione alla ricezione del sacramento della confermazione è un corso particolare, che dovrebbe uscire dai consueti schemi didattici, e dovrebbe diventare per i partecipanti un momento favorevole, un’occasione privilegiata per fare una benefica sosta nella loro corsa affannosa e stressante contro il tempo; è un’opportunità unica per iniziare una seria indagine interiore, per andare a scoprire le vere ragioni che muovono le loro scelte quotidiane, per indagare sul fine della loro stessa esistenza e per interrogarsi sui tanti perché, che alimentano il loro stesso vivere. “Perché ci siamo?”, “dove andiamo?”, “quale ruolo siamo chiamati a svolgere in questa terra?”, “qual’è il fine ultimo della nostra esistenza?” sono domande che esigono una risposta seria e che impegnano tutti a fare una ponderata indagine per analizzarsi a fondo e fare il punto della propria situazione di cristiani, alla luce della Parola di Dio. Un corso di questo tipo, dunque, deve tendere principalmente a raggiungere questo primo obiettivo: spingere i partecipanti verso un’attenta riflessione sulla precarietà del mondo e dell’uomo per poi invitarli a fare un serio percorso, attraverso la conoscenza di Cristo Gesù, la rivelazione del Padre, verso la scoperta di Dio stesso, fonte della nostra felicità, di un Dio che ci ama e che è presente nella storia e nella vita di ciascuno di noi. Dopo i primi incontri di conoscenza per capire quali fossero le lacune dopo un periodo di stasi nel cammino di fede, una nuova tappa nella loro vita è iniziata, li aspetta, li chiama, li invita a riprendere il cammino, a spingere i loro passi “tra i rovi e l’erba alta”, senza rimanere seduti ad aspettare, ma essere sempre pronti a mettersi sulla barca della vita. E’ la tappa della riscoperta della loro fede in Cristo, una riscoperta perché ogni “Battezzato in Cristo” non vive più per se stesso ma per Cristo. Una tappa importante di questo percorso vissuto fino ad oggi è stato il ritiro quaresimale che questi giovani hanno vissuto il 15 marzo nella chiesa di Porto Salvo sul tema della riconciliazione . Attraverso l’ascolto e l’accoglienza della “la parabola del figlio al prodigo”, abbiamo ripercorso le tappe della condizione umana: dal peccato che ci allontana dall’amore di Dio al toccare il fondo, fino al ritorno dal padre, riconoscendo la sua misericordia per ricevere il suo perdono attraverso il suo abbraccio misericordioso. E ‘ stato importante il momento delle confessioni individuali perché vissute come un forte evento di grazia e un trampolino di lancio per ripartire nel cammino di fede personale e di riscoperta che dio ci ama così come siamo con i nostri limiti . Forse molti sono stati “spinti” dai genitori, altri perché devono sposarsi, altri ancora per “togliersi il pensiero”; tutte motivazioni diverse e “umanamente” valide. Ma se al termine di questi incontri e dopo la celebrazione della Cresima, noi tornassimo ad essere “cristiani anonimi” sarebbe stato tutto inutile e gli “effetti” della pienezza dello Spirito Santo non si vedrebbero perché lo Spirito non violenta la nostra libertà né ci obbliga ad essere e a fare ciò che la nostra volontà non vuole. Invece qualsiasi sia la nostra motivazione, dobbiamo “mutarla” nel corso dei nostri incontri perché questo itinerario deve portarci ad “AMARE” Colui del quale forse conosciamo poco o solo quello che abbiamo sentito da altri. Pina Vita
Ultimo aggiornamento ( Domenica 28 Marzo 2010 19:44 )
In catene per Cristo, liberi di amare. Queste poche parole racchiudono il significato profondo della veglia di preghiera che, ieri sera, ha unito i giovani della nostra comunità nella chiesa di San Giuseppe. Un ritiro quaresimale caratterizzato dal ricordo dei testimoni di fede che nel 2009-10 hanno dato la vita per Cristo. La veglia è iniziata con la consegna all'altare da parte dei nostri giovani di una Croce avvolta da un drappo rosso e cinque candele rosse accese per ricordare i martiri dei cinque continenti. Il manto rosso che avvolge la croce simboleggia la nostra umanità assunta da Cristo nell'incarnazione e il sangue versato nel martirio. La Croce, talamo in cui Cristo ha consumato le sue Nozze con l'umanità, consegnando se stesso fino alla fine. Nell'accogliere la croce, i nostri fratelli e sorelle martiri hanno dichiarato la loro appartenenza a Cristo e, uniti a Lui, hanno abbracciato l'intera umanità in un estremo atto d'amore. Altri simboli sono stati portati all'altare: la tunica bianca, che ci ricorda le vesti candide dei martiri, che il sangue dell'Agnello ha reso splendenti; la ciotola di terra che ci parla del corpo mortale dei martiri che, come semi fecondi di vita nuova, la madre terra ha accolto nel suo seno. Don Francesco ha sottolineato quanto sia immenso l'insegnamento che ci ha lasciato l'esperienza dei martiri che hanno pagato il loro amore verso Cristo, subendo spesso forme di persecuzione, odio, esclusione, violenza e perfino l'assassinio. Il loro sacrificio non deve essere vano ma deve farci ricordare ogni giorno, quanto sia importante per noi che ci professiamo cristiani, vivere secondo gli insegnamenti evangelici, abbandonandoci ad un amore totale verso Dio e verso il prossimo. E soprattutto noi giovani, distratti da cose futili, spesso devianti e pericolose, dobbiamo impegnarci con tutte le nostre forze ad uniformarci a Cristo. Solo così saremo liberi di amare! Don Francesco ha messo in evidenza l'importanza di recuperare la memoria di ciascun martire. Solo così il loro ricordo non va perduto e si comprende meglio la grandezza del loro sacrificio. Nell'anno 2009 sono stati uccisi 37 operatori pastorali: 30 sacerdoti, 2 religiose, 2 seminaristi, 3 volontari laici. In catene per Cristo, liberi di amare, nel 2009-10 hanno dato la vita per Lui: P. Giuseppe Bertaina Eduardo de la Fuente Serrano Juan Gonzalo Aristizabal Isaza Daniel Matsela Mahula Lionel Sham D. Révocat Gahimbare P. Gabriel Fernando Montoya Tamayo P. Jesús Ariel Jiménez Ramiro Ludeña P. Lorenzo Rosebaugh Padre Ernst Plöchl Jorge Humberto Echeverri Garro Habacuc Hernández Benítez Silvestre González Cambrón P. Gisley Azevedo Gomes Don Mariano Arroyo Merino Ricky Agusa Sukaka James Mukalel P. Leopoldo Cruz Cecilio Lucero Ruggero Ruvoletto Evaldo Martiol Oscar Danilo Cardozo Ossa William Quijano D.Ed Hinds Don Louis Jousseaume Suor Marguerite Bartz Hidalberto Henrique Guimaraes P. Miguel Angel Hernandez Don Jean Gaston Buli Don Daniel Cizimya Nakamaga Padre Louis Blondel Suor Denise Kahambu Muhahyirwa P. Jeremiah Roche Don Alvino Broering Don Jaramillo Cárdenas Don Francesco alla fine della veglia ha lanciato una sfida a tutti noi. Ci ha invitato ad alzarci ad uno ad uno dai nostri banchi per avvicinarci all'altare e baciare la Croce , per poi incamminarci “da soli” verso l'uscita della Chiesa. Con questo gesto ognuno di noi ha manifestato la volontà di legarsi a Cristo e uscendo da solo dalla Chiesa, senza confondersi con gli altri, e quindi senza lasciarsi influenzare e condizionare dalla massa, promette di portare Cristo nella propria vita, difendendolo e custodendolo. Si conclude così una veglia che ha arricchito il cuore di ciascuno di noi. Vittoria Nuri 
Ultimo aggiornamento ( Venerdì 19 Marzo 2010 17:03 )
Ogni anno questo periodo quaresimale, tempo di riflessione e di riconciliazione è caratterizzato da due solennità che sembrano interrompere il cammino di preparazione alla Pasqua di Resurrezione di Cristo. Le due solennità sono strettamente legate a Gesù, riguardano due Si, si con la S maiuscola che hanno accolto la venuta di Cristo. Uno è il Si di Maria quando l’angelo Gabriele (25 marzo) le Annunziava che Dio l’aveva scelta per donare suo figlio all’umanità. L’altro è il Si di Giuseppe, che fidandosi di Maria e della grande sua fede, accettò di fare da padre e crescere il figlio di Dio. Come molti non sanno la devozione verso la Santa Vergine, o verso i Santi nasce o da eventi particolari come apparizioni, prodigi, ecc, o da devozioni personali nate da esperienze di fede dove la Santa Trinità si manifesta attraverso un Santo particolare. In questo caso il Santo è del tutto particolare perché è San Giuseppe, colui che è stato chiamato a fare da padre a Gesù, ed essere Custode della Santa Famiglia. Questa devozione si deve a Don Giuseppe Bova prete di Scilla, il quale aveva una profonda Fede nel Santo Patriarca che lo portò ad innalzare un altare in suo onore, nell’antica chiesa della SS Annunziata a Chianalea, chiesa del convento dei padri Crociferi, e stabilì che alla sua morte egli fosse sepolto accanto all’altare di San Giuseppe e così avvenne nel 1783. Nel 1750, anno Santo, due fratelli Giacomo e Nunzio Matrà, insieme alla loro ciurma vivevano un periodo di difficoltà dato che da molto tempo non riuscivano ad avere un buon pescato. Sicuri di essere ascoltati, innalzarono preghiere a San Giuseppe affinché li aiutasse in questa difficoltà. Il Santo Patriarca ascoltò le preghiere dei suoi devoti e gli stessi fecero una pesca così fruttuosa che decisero di fare una statua da portare in processione. Quest’incarico fù dato al Canonico Ingegneri, così ebbe inizio nell’anno Santo 1750 la devozione popolare a San Giuseppe. Ogni anno nel mese di marzo la comunità scillese si è sempre riunita nella chiesa del Santo come in un pellegrinaggio, dove ognuno andava a trovare San Giuseppe, a fare la novena, a stare davanti al Santissimo che durante i giorni della festa veniva esposto per l’adorazione. Si in pellegrinaggio!! Perché non conta la durata o la lontananza del luogo dove sorge la chiesa ma è la predisposizione dell’animo. Oggi, sulle orme di chi ci ha preceduto nella fede, incontriamo in questo periodo quaresimale San Giuseppe. Per molti è l’occasione per riconciliarsi sia con Dio, che con il prossimo, tutti insieme in un incontro corale. È un' occasione di vita parrocchiale, col fine di conoscersi, e far incontrare Cristo e la sua chiesa a tutti gli ambienti sia lavorativi che culturali che giovanili di Scilla. Oltretutto questa è un’occasione per le famiglie di ritrovarsi nel nome di San Giuseppe, incontrarsi stare insieme anche con i parenti lontani che per l’occasione ritornano in famiglia, creare comunione anche con chi è lontano ma non gli è possibile ritornare ma con il pensiero e l’animo è nel suo paese. Certo è che vivere l’esempio di un Santo non è facile, e di un Santo come San Giuseppe non lo è per niente…. l’invito del Santo Patriarca è di vivere la fede con mitezza d’animo, di essere compassionevoli , non cercare il proprio interesse, o gli elogi del popolo, di vivere nella riservatezza del proprio intimo il rapporto e i doni che Dio ci elargisce nella fede, di saper accogliere il bambino Gesù, e la croce sulla quale dovrà essere innalzato, ma soprattutto fidarci di Dio, di Cristo e della Sua Chiesa Costantino Alfonzetti
Anche quest’anno, presso la Parrocchia Maria SS. Immacolata, un gruppo di giovani si avvia verso un cammino di fede, che li porterà a diventare i “soldati” di Cristo. Responsabile del corso di preparazione al Sacramento della Cresima è Pina Vita, ma non sono mancati e di certo non mancheranno gli incontri con il nostro Parroco Don Francesco Cuzzocrea, insieme al gruppo giovani. Il percorso della Cresima attraversa tante tappe nell’anno eucaristico; ha avuto inizio nel mese di ottobre con un gruppo di ragazzi più contenuto, che settimana dopo settimana è diventato sempre più numeroso. Il tema affrontato frequentemente, nel corso degli appuntamenti settimanali, è quello di riappropriarsi della capacità di esprimere la bellezza spirituale interiore di ogni individuo. Donarsi ogni giorno a Cristo, anche con una semplice preghiera, per sentirsi rinnovati nell’anima. Tra gli altri temi, non meno importanti, c’è quello di essere preparati ad affrontare i compiti a cui il Signore ci sottopone, come non tenere per noi ciò che ci viene insegnato, ma usarlo per fare del bene alla comunità scillese e non solo. La Cresima può essere usata come “arma” per risvegliare i propri sentimenti spirituali e quelli del prossimo. Giusy Mortelliti
Ultimo aggiornamento ( Domenica 07 Febbraio 2010 13:13 )
Un altro anno scout ha avuto inizio. Eh si quest’anno noi del noviziato orizzonti, durante l’uscita d’apertura al parco della mondialità di Gallico ,abbiamo dato vita al..Clan S. Rocco!! Ma non è solo questa la novità, a noi si è aggiunto il nuovo noviziato formato da Rocco, Salvatore e Stefano. Si inizia subito alla grande! Con la proposta del Don, abbiamo fatto una bellissima attività insieme all’AC. Abbiamo fatto trascorrere un pomeriggio diverso ai bambini della nostra parrocchia con giochi e animazioni varie.. sono rimasti molto contenti! Siamo anche riusciti a smentire “l’odio” tra AC e AGESCI.. Non importa di che associazione si fa parte,con la presenza di Gesù tutti si è fratelli..e si lavora bene! Abbiamo fatto un campo,il primo da clan..eravamo a Sant’Elia,un posto nuovo e molto carino. Abbiamo riso e cantato a squarciagola. Il nostro fuoco la sera,è stato stupendo: nonostante la stanchezza, l’allegria e la voglia di stare insieme erano enormi. Siamo un bel gruppetto compatto e questa nuova avventura è servita a renderci più solidi e a farci conoscere un po’ di più.. È stata un' esperienza che ci è rimasta nel cuore come d'altronde qualsiasi nuova esperienza.. purchè si faccia insieme!! Cosa aspettarsi da quest’anno nuovo? Sorrisi, divertimento. fraternità, nuove emozioni? Tutto verrà da se..l’importante che durante il nostro sentiero..Dio ci accompagni. Manuela Sanfedele
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